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  • Mondello Liberty

    (2013) Uscivano dai luoghi privilegiati di Villa Igea, di Villa Amalfitano, di Villa Florio e Villa Niscemi. Uscivano da lì, irraggiungibili, con scintillio di carrozze dorate e paggi in livrea, staccati dal terreno come solo gli dei appaiono quando sfilano per le strade terrene. Uscivano dall’inverno, principi e baroni. Uscivano e si davano appuntamento più a nord, quando il caldo arrivava soffiando sugli otto mandamenti urbani, uccidendo ogni minimo movimento a sud del Monte Pellegrino e regalando alla città la voglia di niente. È per scampare a tutto questo che si rivedevano al fresco, sigarette col bocchino e cognomi che – due su tre – erano anglofoni per origine e pronuncia. Era la belle époque, che a Mondello diventava borghese, vicina a tutti e a nessuno, senza perdere stile e profumo d’irraggiungibilità.

    E noi, ferme e immobili di mattoni e scirocco, l’abbiamo vista tutta. E in parte ne abbiamo visto anche il prequel, che, con quello che sarebbe venuto dopo, non aveva nulla a che fare. Non era bello ciò che c’era prima, qui dove quella pozza di grigia sporcizia dettata dalla storia che voi chiamate Palermo si allarga verso il mare.

    Perché prima, dove tu ora stai leggendo, fisso a guardare particolari dei nostri profili sopravvissuti, prima, era la melma, era un pantano.Non era ne belle e nemmeno époque: era soltanto una pozzanghera. Triangolo malsano di un’isola che nasconde il malsano nel midollo, Mondello fino al 1800 non esisteva nemmeno.

    Le pozzanghere non esistono, i pantani non esistono, Mondello non esiste. È una dimensione fantastica dove l’immaginazione necessaria per generarla arrivò con un piano regolatore, una bonifica, le prime pietre e una società che a con Mondello ci è nata nutrendosi: nel 1909 si chiamava Les Tramways de Palerme, ma a te, osservatore del duemila, sarà nota semplicemente come Italo Belga.

    E poi, poi ci siamo noi, osservatori di un Mediterraneo che ha visto navigare eserciti e flotte, catamarani e barche a vela, guerre e giornate qualunque, quando il mare si colora di spuma bianca, poi volgi gli occhi verso il monte ed è tutto uno sfumare di neon e lilla, un orizzonte policromatico che fissa la città mentre dai nostri balconi puoi scrutare perfino l’abisso.

    Torrette, rilievi, inferriate in ferro battuto e intonachi di colore simile al sole quando si specchia sulla fronte perfetta delle donne angelo che passeggiano sulla spiaggia. È il Liberty, intuizione geniale che ci ha lasciato al cospetto del mare a sopravvivere ancora un po’. Sopravvissute alla belle époque, madre perversa, parentesi di una pagina che ci è stata madre e ha generato tutto quello che oggi il tuo occhio può ammirare.

    Nel frattempo, però, abbiamo perso sorelle e fratelli, belli e più splendidi dei fregi che ammiri in questo istante. Perché prima che tu, adesso, pronunciassi la parola Liberty con fierezza e ammirazione – sottovoce come si conviene a certi aggettivi svaniti come fossero i ghirigori delle fiabe – prima di oggi, la parola Liberty a Palermo non aveva granché valore.

    Ed è qui, vicino a te, che altre decine di villini, latitanti dai libri d’architettura, sono scomparsi, in una notte, in un mese, in un anno. E oggi, mentre guardi i nostri intonachi, abiti una città che volge le spalle al mare. E proprio mentre fissi le nostre facciate ricordati quindi che c’è stato un tempo in cui tutta la tua città il mare lo guardava in faccia: oggi a scrutare l’orizzonte sono rimasti i nostri terrazzi, testimoni di pagine di storia dimenticata.

    Questo, e tanto altro, nel silenzio dei massi levigati dallo scirocco e dal maestrale, abbiamo visto. Uomini e donne di foggia normanna che si amavano, si tradivano, si uccidevano. Le bombe degli aerei alleati che facevano crollare ville alleate di loro sodali. Ed è vedendo la fine di uomini, di tram, di complessi balneari neanche mai realizzati, che oggi ci pare chiaro come la nostra più grande bellezza sia il nostro vulnus maggiore: abbiamo visto talmente tanto, che non ci accorgiamo nemmeno più di te che passando fotografi i nostri balconi.

    Testi di Giuseppe Pipitone